Mancano pochi gradini e sbucherò sul primo terrazzino della torre; da lì la salita continua, restringendosi la scala a chiocciola fino a vorticare su se stessa, stretta in una circonferenza di poche bracciate di diametro, e sale. La vetta è ben alta, si perde quasi tra le nuvole, o meglio: nessuno sa bene dove sia la cima. Prima in ogni caso c'è da superare una seconda terrazza, più ampia della prima, dal cui parapetto la visuale sul mondo è incredibile.
(Così dicono, io non ci sono mai salita).
Già dal primo comunque il panorama non è male: un telescopio a moneta sulla sinistra permette di osservare il cielo, e dall'altra parte della torre un potentissimo microscopio con uno zoom di ultima generazione inquadra i fili d'erba del prato sotto, e le coccinelle che zampettano tra quelli, i punti sulle loro elitre, e le cellule di quei punti, e le molecole che governano la sintesi delle proteine in quelle cellule, e gli atomi che compongono quelle molecole.
Bello eh?
Ma oltre il prato (peraltro deserto: non c'è poi molta gente con l'ardore di avventurarsi nei pressi della torre!) cosa c'è? Cos'è quel fumo che sale oltre la radura, i rumori che si sentono, le voci?
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Non vi dà l'impressione a volte che la nostra disciplina sia come un'altissima torre cui solo pochi eletti possono accedere, e man mano che sale gli "eletti" diventano sempre meno...?
E che intanto il mondo, fuori, vada avanti con i suoi casini, le sue petizioni, le sue ribellioni, le sue guerre, con la sua storia insomma che si fa nelle strade; e che noi, impegnati a salire la torre, a cogliere la minuscola briciola dell'universo, non riusciamo più a essere davvero protagonisti oltre la radura, se non assistendo passivamente al resoconto offerto dalle pagine del giornale del giorno prima?
Non vi dà l'impressione che salendo i primi piani ci siamo già un po' isolati dal mondo di fuori?